Scuole, parcheggi e propaganda: riflessione sulla realtà dietro le inaugurazioni

In queste ore abbiamo letto toni trionfali sulla visita a Nardò del Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. Post entusiasti, racconti di eccellenze, una città indicata addirittura come modello nazionale. A sentirli parlare, verrebbe quasi voglia di iscriversi di nuovo alle medie.

 

Poi però, come spesso accade, basta fare qualche passo fuori dalla retorica e dentro la realtà.

Si parla di investimenti e di scuole nuove e splendenti. Ma tra le operazioni più “brillanti” figura la demolizione della scuola media Dag Hammarskjöld, un edificio che risultava strutturalmente integro e che solo pochi anni prima aveva ricevuto circa 700 mila euro di finanziamenti pubblici per lavori di adeguamento. Prima si spendono soldi per sistemarla, poi si demolisce. Un ciclo virtuoso davvero interessante: prima si ristruttura, poi si abbatte.

E la parte forse più sorprendente deve ancora arrivare: al posto della scuola sorgerà un parcheggio. Insomma, da luogo di formazione a spazio per automobili. Dove prima entravano studenti con zaini e quaderni, presto entreranno auto in cerca di posto. Una trasformazione simbolica piuttosto eloquente.

Nel frattempo, mentre si celebrano i nuovi cantieri, diversi edifici scolastici della città continuano a mostrare segni evidenti di fatiscenza e manutenzioni non proprio impeccabili. Ma evidentemente non tutte le scuole hanno la fortuna di finire nelle foto delle inaugurazioni.

E arriviamo alla nuova scuola media “moderna e meravigliosa”. Modernissima, certo. Peccato che sia stata collocata nel bel mezzo delle palazzine della zona 167, in uno spazio piuttosto angusto, stretto tra edifici residenziali. Non proprio il massimo quando si immaginano spazi educativi aperti, aree verdi e ambienti adeguati alla vita scolastica. Ma forse è una nuova frontiera dell’urbanistica scolastica: la scuola condominiale. Con un dettaglio non proprio secondario: durante le lezioni gli studenti potranno probabilmente godersi anche i profumi del sugo che salgono dalle cucine delle massaie dei palazzi circostanti. Un’esperienza sensoriale completa: grammatica, matematica e ragù a mezzogiorno.

Naturalmente, quando si parla di scuola non si possono dimenticare le persone che la tengono in piedi ogni giorno: i docenti. Qui però l’entusiasmo si raffredda rapidamente. Gli insegnanti italiani continuano ad avere stipendi tra i più bassi in Europa rispetto ai colleghi di molti altri Paesi. E mentre si moltiplicano i comunicati celebrativi, arriva anche la versione “dimagrita” della Carta del docente: da 500 euro a circa 380 euro. (383 per essere precisi) Evidentemente anche la formazione degli insegnanti deve seguire la dieta dei tempi.

A questo punto torna in mente una riflessione di Marguerite Yourcenar: «La cosa più difficile al mondo non è che gli uomini accettino nuove idee, ma che dimentichino le vecchie.»

Forse è proprio questo il problema: si continua a raccontare la scuola con vecchi schemi propagandistici, mentre la realtà chiede serietà, programmazione e rispetto per chi la scuola la vive ogni giorno.

Insomma, mentre qualcuno racconta un modello da esportare, molti insegnanti continuano a lavorare con stipendi modesti, strumenti ridotti e scuole che non sempre rispecchiano l’immagine patinata dei comunicati ufficiali.

Quando si parla di scuola, forse sarebbe meglio meno autocelebrazione e un po’ più di realtà. Perché le scuole non si valutano con i post sui social o con le visite istituzionali, ma con la qualità delle strutture, la coerenza delle scelte e il rispetto di chi nella scuola lavora ogni giorno.

Il resto, più che politica scolastica, assomiglia molto a propaganda con parcheggio annesso.

 

Marco Marinaci

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