Alessia Ferreri: “Lorena e il significato del femminicidio: la libertà delle donne non può essere una colpa”

Lorena Isceri era ancora viva quando è stata gettata dal viadotto. È il dato terribile emerso dai primi accertamenti medico-legali sulla morte della giovane donna, uccisa dall’ex compagno il 4 settembre scorso.
Di fronte a una simile atrocità, il dolore e lo sgomento sono inevitabili. Ma non bastano. Occorre interrogarci su quanto ancora non riusciamo a riconoscere e fermare prima che la violenza raggiunga il suo esito estremo. Il femminicidio non è semplicemente l’omicidio di una donna. È l’uccisione di una donna all’interno di una dinamica di potere fondata sul genere, nella quale la sua libertà, la sua autonomia e la sua volontà vengono negate. È l’espressione più estrema di una concezione proprietaria della relazione: se la donna sceglie, si sottrae o decide di interrompere un rapporto, quella scelta viene vissuta come un affronto intollerabile. Non è quindi privo di significato che la parola “femminicidio” sia entrata nel nostro codice penale. La legge n.181 del 2025 ha introdotto l’articolo 577-bis, riconoscendolo come reato autonomo quando l’uccisione di una donna sia espressione di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio, oppure sia legata al suo rifiuto di instaurare o mantenere una relazione o alla volontà di limitarne le libertà individuali. Dare un nome al femminicidio significa riconoscere la specificità del fenomeno e rendere visibile la matrice di potere che lo caratterizza. Le parole non sono mai neutrali: contribuiscono a formare la percezione collettiva della realtà e possono consolidare gli stereotipi oppure contrastarli. Parlare di femminicidio aiuta a sottrarre questi delitti alla narrazione del “raptus”, della gelosia, del “troppo amore” o dell’amore malato. Non si uccide per amore. L’amore riconosce la libertà dell’altra persona; la violenza pretende di cancellarla. Il reato di femminicidio, naturalmente, non basta da solo a prevenire la violenza. Il diritto penale interviene quando la condotta si è già manifestata e, nei casi più drammatici, quando è ormai troppo tardi. Il riconoscimento giuridico del fenomeno segna, tuttavia, un passaggio culturale importante: afferma che la libertà di una donna non può essere considerata una provocazione, una colpa o una concessione revocabile. Quasi mai il femminicidio è davvero improvviso. Spesso rappresenta il punto terminale di una progressione fatta di controllo, svalutazione, isolamento, minacce, persecuzioni e violenza psicologica, economica o fisica. Condotte che possono essere sottovalutate o scambiate per manifestazioni di attaccamento, ma che riducono progressivamente lo spazio di libertà della donna. L’appello del padre di Lorena affinché le donne denuncino nasce da un dolore che merita rispetto assoluto. Denunciare è fondamentale e può essere decisivo. Ma non possiamo affidare soltanto alle donne il peso della propria salvezza. La domanda non può essere unicamente: “Perché non ha denunciato?”. Dobbiamo chiederci anche se quella donna abbia trovato qualcuno capace di riconoscere i segnali e ascoltare le sue paure; se il rischio sia stato valutato tempestivamente e se alla richiesta di aiuto abbia fatto seguito una protezione concreta. La denuncia non può essere un salto nel vuoto. Deve rappresentare l’ingresso in una rete capace di proteggere la donna, accompagnarla e restituirle autonomia. È su questo terreno che si sviluppa da anni l’azione del Soroptimist International d’Italia. Il contrasto alla violenza di genere non rappresenta per la nostra organizzazione un impegno occasionale, legato alle ricorrenze o all’emozione suscitata dai fatti di cronaca, ma una linea strategica e permanente. Come Soroptimiste operiamo su più livelli: promuoviamo attività di sensibilizzazione e percorsi educativi, sosteniamo l’autonomia delle donne, dialoghiamo con le istituzioni e realizziamo interventi concreti nei territori. La presenza capillare dei Club consente di tradurre una visione nazionale e internazionale in azioni vicine alle comunità e ai loro bisogni. Una delle espressioni più significative di questo impegno è “Una stanza tutta per sé”, progetto nazionale realizzato attraverso protocolli di collaborazione con le Forze dell’ordine, che ha consentito di creare, in numerose sedi, ambienti protetti e riservati nei quali accogliere e ascoltare le donne che denunciano violenze e abusi. Uno spazio adeguato non è soltanto un luogo fisico: è il primo segnale rivolto alla donna che chiede aiuto per dirle che viene creduta, rispettata e accompagnata. Nessun progetto, tuttavia, può essere efficace se rimane isolato. Il contrasto alla violenza di genere richiede un’alleanza stabile tra istituzioni, scuola, giustizia, servizi sanitari e sociali, Forze dell’ordine, centri antiviolenza, associazioni e mezzi di informazione. Richiede soprattutto la capacità di trasformare l’ascolto in protezione e la consapevolezza in prevenzione. Il femminicidio non è un destino inevitabile. Può essere contrastato, purché alla commozione seguano responsabilità, competenza e azioni concrete. Perché ogni donna deve poter interrompere una relazione e ricominciare, senza che la propria libertà si trasformi in una condanna.
 
Avv. Alessia Ferreri
Vice Presidente Nazionale Soroptimist International d’Italia
già Consigliera di Parità della prov. Lecce
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