Editoriale semiserio sulla temutissima “militarizzazione” della scuola (spoiler: al Moccia-Vanoni niente elmetti all’intervallo)

Allarme rosso: settecento studenti entrano in una caserma. Ripeto: settecento studenti entrano in una caserma. C’è chi ha già visto quaderni sostituiti da libretti di marcia, la campanella rimpiazzata dalla tromba dell’adunata e il registro elettronico trasformato in bollettino operativo.

 

Poi, però, si guarda meglio. E si scopre che erano le Giornate di promozione della cultura scientifica. Promosse dalla Provincia e dalla sua amministrazione di centro-sinistra. Laboratori, dimostrazioni tecnologiche, orientamento. Nessuno costretto a marciare in corridoio gridando “Hip hip, equazione!”. Nessun compito in classe su “Strategie di trincea applicate alla trigonometria”.

La parola “militarizzazione” è affascinante: evoca scenari da film, plotoni tra i banchi, interrogazioni con saluto sull’attenti. Fa effetto. Peccato che qui si parli di una visita didattica alla Scuola di Cavalleria, con Università e Istituti di Ricerca coinvolti. In pratica, studenti che vedono da vicino tecnologie, competenze, professioni. Una cosa che, fino a prova contraria, si chiama orientamento.

Se visitare una struttura militare significa militarizzare la scuola, allora prepariamoci: una gita in tribunale è “giudiziarizzazione”, una visita in azienda è “corporativizzazione”, un open day in ospedale è “medicalizzazione”. E la settimana bianca? “Alpinizzazione forzata”.

Il punto è semplice: la scuola non diventa autoritaria perché apre le porte (o le varca) per conoscere pezzi di Stato e società. Diventerebbe fragile se smettesse di fornire agli studenti gli strumenti per capire ciò che vedono. Ma finché ci sono docenti che spiegano, contestualizzano, discutono, nessuno sta arruolando nessuno. Al massimo stanno mostrando come funziona un laboratorio.

C’è poi l’idea, un po’ cinematografica, che ogni struttura militare sia solo stivali lucidi e ordini urlati. In realtà parliamo anche di ingegneria, ricerca, innovazione tecnologica. Molte tecnologie che oggi usiamo serenamente sul divano sono nate in contesti militari e poi diventate civili. Vogliamo davvero che i ragazzi ignorino tutto questo per evitare il rischio che qualcuno torni a casa dicendo: “Interessante”?

La vera domanda è: abbiamo così poca fiducia nella scuola da pensare che una visita la trasformi in caserma? Se basta attraversare un cancello per perdere spirito critico, allora il problema non è la caserma: è la fragilità che attribuiamo ai nostri studenti.

Tranquillizziamoci. Nessuno ha sostituito educazione civica con “addestramento base”. Nessuno ha imposto l’elmetto come copricapo d’istituto. Gli studenti sono andati al Poligono, hanno visitato laboratori all'avanguardia, hanno visto, hanno posto le loro domande (si spera), e sono tornati a casa. Senza medaglie, ma magari con qualche curiosità in più.

E in fondo è questo che dovrebbe fare la scuola: aprire porte. Non chiuderle per paura dell’eco che fanno quando si spalancano.

 

Marco Marinaci

docente e giornalista

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