Radici toscane, e il Salento nel cuore: “Scrivere per non dimenticare: ecco l’universo narrativo di Dianora Tinti”

Scrittrice, giornalista e blogger, Dianora Tinti si è laureata in Scienze Economiche. Per dieci anni ha affiancato la conduzione della trasmissione televisiva Quantestorievuoi su TV9 Italia, dedicata al mondo dei libri. 

È Presidente dell’Associazione Letteratura e dintorni e, da sei anni, ideatrice e organizzatrice del Premio letterario Città di Grosseto – Amori sui generis. Da quasi un decennio coordina la segreteria organizzativa del prestigioso Premio Capalbio. Attraverso il suo sito www.dianoratinti.it – riconosciuto da Libriz.it tra i Top Blog 2024 – recensisce opere e dialoga con autori. Numerosi i riconoscimenti ottenuti per il costante impegno in ambito culturale e sociale. Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti, consolidando una voce autoriale originale e appassionata. Lo scatto è del maestro della fotografia Aristide Mazzarella che ringraziamo.

Lei è nata a Grosseto e vive in Maremma: quanto la sua terra d’origine influenza la sua scrittura?

Ho padre fiorentino e madre salentina. Alla luce di tutto questo rispondo che sì, le mie origini influenzano la mia scrittura, le mie storie. Amo la Toscana e la Maremma, terre ancora capaci di meravigliare e suscitare suggestioni dalle quali ho spesso preso spunto per i miei romanzi. Una parte di me però è salentina. Ho con il Sud un profondo legame che non posso sciogliere. Torno in continuazione in quei luoghi dove ho parenti e amici e dove mia madre continua a vivere, chissà sotto quale forma, nelle acque del mar Ionio, per sua volontà.

Come si passa da una laurea in Scienze Economiche alla scrittura di romanzi di successo?

In maniera naturale. Credo che nell’animo e nella mente umana ci sia posto per tutto. Una cosa non esclude l’altra, anzi. Sono molti gli scrittori e le scrittrici con alle spalle formazioni scientifiche. Fra l’altro, sono convinta che certi studi, anche se non in modo diretto, siano utili per arricchire la scrittura e anche la capacità di strutturare un romanzo. E poi la conoscenza è sempre auspicabile.

Quando ha scoperto di voler diventare scrittrice?

Quando ho pubblicato il mio secondo romanzo Il giardino delle esperidi. Il primo era nato di getto e si basava su una storia vera, quindi avevo già una traccia. Il secondo è stato la prova del nove: una vicenda interamente pensata e creata dalla mia fantasia. Ce l’ho fatta, e da lì non mi sono più fermata.

Il suo primo romanzo, Il pizzo dell’Aspide, ha avuto un grande successo: si aspettava una tale accoglienza da parte dei lettori?

Il Pizzo dell’Aspide, lo scoglio a forma di serpente a Santa Maria al Bagno, in Salento, dove inizia la storia fra gli adolescenti Antonio e Francesca, mi ha portato tanta fortuna e rimarrà sempre nel mio cuore. Però le sedici ristampe no, non erano previste. Ho comunque sempre creduto nel potenziale della storia, fin da quando un’amica di mia nonna materna me l’ha raccontata. Ricordo ancora che ne rimasi subito attratta, tanto da volerla fermare sulla carta, come a serbarne e tramandarne la memoria.

Due giovani che, per scelta o destino, non riuscirono a sposarsi e combatterono per tutta la vita contro loro stessi, contro qualcosa che era insopprimibile, fino a cedervi, in pochissime e preziose occasioni, uniche e immortali. Le affinità elettive tra anime non sono un'invenzione di Goethe, ma a lui viene subito da pensare, quando la forza di un sentimento trascende il tempo, le circostanze e le difficoltà. Sullo sfondo, la meraviglia della costa salentina e la bella Toscana. Una storia così, non poteva andare perduta…

Nei suoi libri affronta spesso il tema della memoria e del passato: perché questi temi le stanno così a cuore?

Per il fatto che memoria e passato definiscono chi siamo come individui e come collettività. È grazie a loro che costruiamo la nostra identità e comprendiamo il mondo e le cose. Senza memoria saremmo privi di quel senso di continuità che collega passato, presente e futuro. La memoria non è un processo passivo. Non va intesa come un contenitore di fatti e avvenimenti ormai disidratati. Tutt’altro. Sono queste esperienze passate che possono aiutarci a superare le sfide del presente, facendoci andare avanti in modo più consapevole.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi personaggi?

I miei personaggi sono me ed io sono i miei personaggi. Nessun scrittore può prescindere da questa simbiosi.

Qual è il momento della giornata in cui le piace di più scrivere?

Purtroppo, non posso ancora scegliere. Scrivo appena ho un attimo di tempo. Escluso la notte e la sera: non ci riesco.

Ha un rituale o un’abitudine particolare prima di mettersi a scrivere?

No, nessun rituale. L’importante è che abbia un po' di tempo davanti e una certa serenità di spirito.

Chi sono gli autori o i libri che l’hanno maggiormente ispirata?

Non ci sono autori particolari. Cerco di prendere il meglio da ogni lettura, sottolineo le frasi che mi colpiscono, prendo appunti. Leggo sempre. Tanto, di tutto. Per svago o per lavoro, dato che faccio parte di molte giurie di concorsi letterari e sono giornalista. Ho una libreria fornitissima, oltre 1500 volumi di cui almeno duecento riguardano la Seconda guerra mondiale.

Amo in maniera particolare i romanzi storici e gli scrittori sudamericani, con gli autori russi trovo un po' di difficoltà. Rileggo ciclicamente alcuni classici. E non mancano i titoli del momento. Cerco di essere sempre aggiornata sulle uscite editoriali più significative.

Qual è il suo sogno nel cassetto?

Continuare a scrivere e a leggere. L’idea ha un che di consolatorio.

Cosa le fa più paura oggi?

Molte cose. Principalmente la guerra che oggi sembra sempre più vicina. Ma anche la disumanizzazione. Viviamo in un’epoca di grandi contraddizioni. Il progresso, sebbene straordinario, sta portando a un senso diffuso di solitudine, alienazione e perdita di empatia. Ho il timore che le nuove generazioni dimentichino il valore della persona e delle relazioni. Una società che perde la sua umanità è destinata a svuotarsi di qualsiasi senso.

Se potesse parlare con la Dianora di vent’anni fa, che consiglio le darebbe?

Non meravigliarti di nulla, il bello deve ancora venire!

Che messaggio spera che i lettori portino con sé dopo aver letto i suoi libri?

Che tutti noi ci muoviamo sul filo della memoria, in un presente che affonda le sue radici nel passato, la conoscenza del quale è necessaria per guardare al futuro. La vita è possibile e foriera di novità positive, se riusciamo a riappacificarci con emozioni e debolezze. Con gli errori e le fragilità nostre e degli altri.

Sta già lavorando a un nuovo romanzo? Può anticiparci qualcosa sulla trama?

Il nuovo romanzo è già pronto da circa tre anni ed è nelle mani del mio agente che sta vagliando varie case editrici. La vicenda si ispira a due fatti storici veri, due pagine poco indagate della Seconda guerra mondiale. Partendo dalla Berlino ormai agonizzante sotto l’artiglieria russa si arriva proprio in Salento. All’ombra della grande storia, si incrociano destini e vite, verità a lungo taciute e menzogne. 

Ci sarà un ritorno di qualche personaggio dei suoi libri precedenti?

No. Ogni romanzo è autoconclusivo. 

Qual è la parte più emozionante (o più difficile) del momento in cui consegna il manoscritto all’editore?

Ormai la difficoltà maggiore per gli scrittori sta nel trovare una casa editrice seria che ti promuova e creda in te. Dopo è tutto in discesa. 

Come vive l’attesa dell’uscita di un nuovo libro e il primo incontro con i lettori?

Ogni volta è un’emozione indescrivibile che sfida qualsiasi tentativo di spiegazione razionale. È l’attimo finale, spesso dopo un percorso lungo e per nulla facile. Il momento in cui l’idea prende forma, diventando qualcosa di tangibile. Una parte di me si stacca per andare nel mondo, verso gli altri. Per essere vissuta, condivisa e compresa.

Ma dietro all’attesa c’è anche tanto lavoro, perché è proprio nel periodo antecedente l’uscita del libro che si pongono le basi e si attivano i contatti per le varie presentazioni.

Molte delle sue opere sono ispirate o si svolgono nel Salento. È il suo buen retiro o fonte di ispirazione?

Ambedue le cose. Lo è sempre stato, fin dal mio romanzo d’esordio. Porto dentro un nocciolo duro che mi lega al Salento. Ed io non posso fare altro che tornarci e ispirarmi a lui nelle mie storie.

 

Marco Marinaci

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