Dalla sanità alla scuola, fino alla politica: la distanza dai problemi reali

Un governo serio dovrebbe occuparsi, prima di ogni altra cosa, del benessere della propria comunità. Dovrebbe misurarsi con i problemi reali delle persone, con i servizi che non funzionano, con le emergenze che diventano quotidianità.

 

Viviamo invece in un Paese, e in una regione, che sembrano spesso muoversi secondo una logica diversa dalla realtà. La Sanità annaspa e la Scuola langue. Eppure, quando si tratta di distribuire responsabilità e risorse, non mancano mai annunci, programmi e solenni dichiarazioni d’intenti.

Il comparto sanitario assorbe ben oltre l’80 per cento delle risorse regionali, eppure lo stato dell’arte continua ad apparire penoso. Sette ambulanze in fila davanti al Pronto soccorso di Copertino, sotto i miei occhi pochi giorni fa, sono un’immagine che vale più di mille comunicati stampa. Non è soltanto una fotografia del sovraffollamento di un ospedale: è il simbolo di un sistema che fatica a garantire risposte tempestive a chi ha bisogno di cure.

E intanto i camici bianchi se ne vanno.

I numeri raccontano una situazione che non può essere liquidata come una semplice difficoltà organizzativa. Nel 2025, secondo il recente report nazionale di Anaao Assomed, in Puglia si sono dimessi volontariamente 308 medici ospedalieri. Un dato impressionante, soprattutto se confrontato con le appena 56 dimissioni registrate nel 2024. In un solo anno, dunque, le uscite volontarie sono quintuplicate.

Non solo. Le dimissioni hanno superato di gran lunga i pensionamenti ordinari per vecchiaia, che nel 2025 sono stati 152. E il dato diventa ancora più significativo se rapportato alle nuove assunzioni: a fronte di 540 medici assunti a tempo indeterminato, per ogni cento nuovi ingressi si sono registrati ben 43 addii.

Non sono semplici numeri. Dietro quelle 308 dimissioni ci sono medici che hanno scelto di lasciare il servizio pubblico per lo stress, il burnout, i turni massacranti, gli stipendi ritenuti inadeguati o per accettare condizioni migliori nel settore privato. È quella che il sindacato definisce una sorta di “vasca senza tappo”: si continua a immettere personale, ma una parte consistente di quello che entra esce quasi subito.

E non è un fenomeno soltanto pugliese. Nel 2025 sono stati oltre 3.700 i medici che hanno scelto di dimettersi dalla sanità pubblica italiana.

Di fronte a questi numeri, sarebbe necessario interrogarsi seriamente. Perché assumere non basta se non si riesce a trattenere chi viene assunto. Non basta aumentare le risorse se quelle risorse non si traducono in servizi efficienti, tempi di attesa accettabili, condizioni di lavoro dignitose e una reale valorizzazione delle professionalità.

Lo stesso discorso vale per la Scuola. Anche lì gli investimenti, per quanto necessari e doverosi, non possono essere considerati sufficienti se non riescono a restituire centralità agli insegnanti, qualità alla didattica, sicurezza agli edifici e prospettive ai giovani.

E soprattutto non si può ignorare ciò che accade sempre più spesso nelle aule. I recenti casi di cronaca che hanno visto docenti aggrediti e, in alcuni casi, persino accoltellati, raccontano di una scuola nella quale l’autorità dell’insegnante e il rispetto per chi educa sono messi a dura prova. Episodi che non possono essere considerati semplicemente fatti di cronaca, perché interrogano direttamente la capacità del sistema scolastico di garantire sicurezza e autorevolezza a chi ogni giorno è chiamato a formare le nuove generazioni.

A questo si aggiunge una condizione economica che continua a essere difficile da giustificare: stipendi che, per molti docenti, restano troppo bassi rispetto alla responsabilità, alla preparazione richiesta e al peso del lavoro svolto. Non si può chiedere alla scuola di essere il presidio educativo, culturale e sociale del Paese e, contemporaneamente, continuare a considerare gli insegnanti una voce di spesa da contenere.

Difendere la scuola significa dunque anche difendere chi ci lavora: riconoscerne il ruolo, garantirne la sicurezza, assicurare condizioni di lavoro dignitose e una retribuzione adeguata alla responsabilità che porta sulle proprie spalle. Perché un Paese che chiede agli insegnanti di educare, prevenire il disagio, gestire conflitti e accompagnare i ragazzi nella crescita deve prima di tutto metterli nelle condizioni di poterlo fare.

Insomma, quello che si fa per la Sanità e per la Scuola non basta. E non basta soprattutto quando, fuori dalle stanze della politica, la realtà continua a presentare il conto. Lo ricorderemo quando saranno gli agricoltori, ancora una volta, a far piangere questa terra con le loro difficoltà e con le loro proteste. Perché anche l’agricoltura, come la sanità e la scuola, non vive di slogan ma di scelte concrete.

Poi, naturalmente, ci sono vicende meno rilevanti. A Nardò nell’ultimo conclave per individuare il candidato da contrapporre a quello indicato da Mellone sono circolati, come da copione, i soliti nomi. Tra questi quello di un medico, la dottoressa Vergari, già candidata alle precedenti elezioni regionali con il centrodestra, e quello di Giulia Puglia, che per un decennio è stata al fianco di Mellone e che ha condiviso con lui le sue scelte.

Ma, al momento, pare che solo una candidatura sia stata ufficializzata: quella di Giulia Puglia.

Ed è proprio qui che emerge un’altra delle consuetudini della politica locale: l’attesa, il rinvio, l’arcano da mantenere in vita il più a lungo possibile. Una sorta di suspense che, francamente, appare sempre meno comprensibile.

In vista di un appuntamento elettorale, soprattutto quando la posta in gioco è importante, i cittadini avrebbero diritto a conoscere per tempo chi sono i protagonisti, quali sono le idee in campo e quale progetto intendono sottoporre al loro giudizio.

Invece, ancora una volta, si preferisce lasciare tutto sospeso. I nomi circolano, le indiscrezioni si rincorrono, le candidature vengono annunciate a metà e le decisioni restano chiuse nei soliti conclavi.

Se esiste un candidato alternativo a quello indicato da Mellone, sarebbe arrivato il momento di dirlo. Se esiste un progetto alternativo, sarebbe il momento di illustrarlo. Se invece non esiste ancora una scelta condivisa, sarebbe altrettanto serio ammetterlo.

Perché alla fine, tra sette ambulanze in fila davanti a un pronto soccorso, medici che abbandonano la sanità pubblica, insegnanti sottopagati e persino aggrediti nelle aule e una candidatura ancora chiusa in un cassetto, il problema è sempre lo stesso: la distanza tra ciò che la politica discute e ciò di cui i cittadini hanno realmente bisogno.

Basta guardare proprio a Nardò. Una città che avrebbe bisogno di risposte concrete sul fronte della sanità, di un ospedale e di servizi sanitari adeguati a una comunità che non può continuare a fare i conti con le carenze del territorio. E mentre i cittadini chiedono assistenza, cure e sicurezza sanitaria, il sindaco annuncia l’arrivo di un McDonald’s.

 

                                                                                                                                                                                               Marco Marinaci

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